Roma ha appena archiviato il Giubileo 2025, un evento straordinario che ha portato nella Capitale e nel Lazio oltre trentatré milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo. Un afflusso continuo, durato un intero anno, che ha messo alla prova infrastrutture, servizi e soprattutto il sistema della sicurezza pubblica.
Dietro la normalità vissuta da cittadini e pellegrini c’è stata una complessa macchina organizzativa fatta di pianificazione, coordinamento e presenza costante delle istituzioni. Ne parliamo con Francesco Bucci, capo della segreteria dell’Assessore alla Sicurezza della Regione Lazio, da anni impegnato nella gestione della sicurezza dei grandi eventi.
Ai microfoni de L’Eco del Lazio, Bucci racconta il lavoro silenzioso svolto durante il Giubileo, le difficoltà affrontate e l’eredità che questa esperienza lascia alla sicurezza quotidiana del territorio.
Bucci, il Giubileo si è appena concluso. Che bilancio ne trae dal punto di vista della sicurezza?
«Il primo dato parla da solo: oltre trentatré milioni di pellegrini in un anno. Numeri enormi, superiori alle previsioni iniziali. La vera notizia è che, nonostante questa pressione continua sulla città, il sistema ha retto. La sicurezza ha funzionato perché non è stata affidata a un singolo ente: è stato un lavoro di squadra tra istituzioni, forze dell’ordine, protezione civile, sanità e volontariato. Quando parliamo di sicurezza durante un Giubileo parliamo di organizzare una città che cambia volto ogni giorno».
Cosa significa concretamente gestire flussi così grandi di persone?
«Significa prevedere prima ancora che controllare. Non si tratta solo di pattuglie: bisogna studiare i percorsi, la fatica delle persone, il caldo, le attese, persino l’emotività dei momenti religiosi. Durante l’Anno Santo abbiamo avuto giornate con centinaia di migliaia di presenze concentrate in poche ore. Il compito era permettere ai pellegrini di vivere quell’esperienza senza percepire la complessità organizzativa che c’era dietro».
Qual è stata la difficoltà maggiore?
«La continuità. Un grande evento dura un giorno. Il Giubileo dura un anno intero. Ogni settimana cambiavano eventi, provenienze dei fedeli, età media, esigenze sanitarie. Per esempio i giovani richiedono mobilità e spazi, gli anziani assistenza e tempi diversi. La sicurezza deve adattarsi continuamente».
Quanto conta l’impegno personale in un lavoro del genere?
«Conta moltissimo, perché la sicurezza pubblica non è un lavoro a orario. È un lavoro di responsabilità. Ci sono mesi di preparazione e poi un anno in cui si vive in reperibilità costante. Non si può “staccare” davvero: anche fuori ufficio si continua a ragionare su cosa potrebbe succedere e su come prevenirlo».
Lei parla spesso di “sicurezza discreta”. Dopo questo Giubileo possiamo dire che è stata raggiunta?
«Sì, ed è il risultato migliore possibile. Quando milioni di persone partecipano a un evento e il ricordo principale resta spirituale e umano, significa che la sicurezza ha fatto bene il proprio lavoro. La sicurezza perfetta non è quella visibile ovunque — è quella che consente normalità».
A livello umano, cosa le rimane?
«La consapevolezza che dietro ogni numero c’era una persona. Famiglie, anziani, ragazzi arrivati magari dopo un viaggio di giorni. Sapere che sono tornati a casa sereni è la soddisfazione più grande. È un lavoro silenzioso, ma profondamente pubblico: proteggere senza farsi notare».